
Ci sono, da qualche parte, dietro questo nero, immerso nel bianco di casa. Sto dando gli ultimi ritocchi ai miei pargoli che andranno ancora in mostra. Alcuni di loro sono già dei veterani, abituati a spostarsi e a star fuori. Per gli altri sarà una esperienza nuova. Ma non hanno paura. Li ho tirati su bene, io.
Pensandoci bene, questo 2004 è stato un grande anno per me. Sì...
E in questa frase, per quanto semplice sia, ci ho soppesato un anno intero, soprattutto nel "Sì" finale.
Torno ai miei ritocchi va'...
E' tutto così assurdamente pregno di bellezza il mondo che mi circonda, in questo periodo. I fili s'intrecciano in una trama fitta di sensi. Le mie Opere solcano lo spazio e il tempo andando a posarsi delicate sui muri di chi ha lo sguardo graffiato dalle mie visioni.
C'è una noce sul mio tavolo, oggi non la aprirò. Mi sento troppo delicato per un gesto che richiede una pressione troppo aggressiva.
Prima che la favola finisca in un rudere di campagna, è bene che vi racconti di Chiara e della sua ombra. Chiara è solo un nome. La sua ombra gliel’ho messa addosso io, la sera che l’ho conosciuta.
Camminava sotto la pioggia lungo la statale. Aveva una gonna nera a coste larghe, un maglione verde militare con il collo molto largo, avvolgente come una sciarpa. Era fradicia e infreddolita.
“Bisogno di aiuto?”
“Sì”.
“Cosa ti è successo?”
“Ho lasciato il mio ragazzo e lui mi ha scaricata qui”.
“Se ti fidi di accompagno in paese”.
Guarda dentro la macchina, cercando particolari rassicuranti. Forse è stato il coniglietto di peluche a convincerla. Chissà se avesse meglio.
“Va bene”. E sale.
Parliamo un po’, lei piange. Io metto Mad World di Gary Jules. Le faccio delle domande invasive come sono solito fare. Lei risponde tra i singhiozzi.
Mi fermo a far benzina in un distributore deserto.
C’è solo un cane che mi guarda torvo. Dietro un canale di scolo scorgo un rudere. Ritorno alla macchina. Apro la portiera, trascino fuori Chiara. La stordisco con un pungo. La porto nel rudere. Ci sono le muffe e le sterpaglie, ma dentro non è male. Il pavimento è di legno marcio ma asciutto. La stendo. Le tolgo i vestiti bagnati. La denudo completamente e la asciugo bene. Mi stendo accanto a lei. La abbraccio e la scaldo finché rinviene.
Il suo corpo è nervoso. Si dimena e grida. Le tappo la bocca.
“Sta buona”.
Lei non fiata e sta buona. L’abbraccio forte e la bacio sulle guance.
“Non si sta bene? La pioggia fuori, la tua pelle bianca, il mio calore”.
“Sì”. Dice lei tremante.
“Vedi, oggi hai lasciato il tuo ragazzo e hai trovato me, non sei felice?”
“Sì”.
“Staremo bene insieme sai? Io sono gentile e generoso”.
“Sì”
“Ho una casa al mare, al caldo sai? La mettiamo a posto e andiamo a vivere là”
“Sì”.
Le accarezzo i capelli neri, glieli arriccio con le dita. La bacio dolcemente.
“A mia madre piacerai tantissimo, me lo sento”.
“Sì”
“Sì cosa sì? Tu hai una paura fottuta di me che dici sempre sì. Poi domani mattina appena potrai scapperai via come fanno tutte. Non verrai a casa con me e non faremo mai l’amore perché pensi io sia pazzo vero?”
“…”
“Invece no”.
Le prendo le mani con forza la spingo giù le infilo le mani tra le gambe.
“Vedi, adesso potrei violentarti, ma non lo farò, perché sono buono io, e la tua pelle sa di biscotti alla cannella”.
“…”
“E io ho un debole per i biscotti alla cannella, li sai fare?”
“Sì”.
“Dai torniamo alla macchina, dimmi dove vuoi che ti lasci”.
La lasciai al centro della piazza. Scappò come una gatta spaventata tra i vicoli.
Il giorno dopo.
“Pronto Chiara?”
“Sì?”
“Piaciuto il giochetto di ieri sera?”
“Sì, ma oggi ho il raffreddore scemo! La prossima volta fai l’autostoppista e io la vampira on the road ok?”
“Va bene”.
“Passi da me che ci prendiamo due biscotti?”
Se non sapete cosa fare in questi giorni, andate pure a vedere Donnie Darko. Merita un po' di attenzione. Soprattutto va tenuto d'occhio questo registra Richard Kelly che se non fa cazzate in futuro sentiremo parlare di lui.
Nell’inverno del 1995 la mia Li’An si trovava a Berlino, aveva 19 anni ed era solita indossare dei pantaloni gessati e un maglione nero a collo largo. Il suo amico Thomas ne aveva 24, era un promettente studente di filosofia e collezionava soldatini di piombo. Una sera, passeggiando per il parco di Tiergarten, Thomas e Li’An incontrarono Anders, un ragazzo danese di 26 anni, studente di Diritto Internazionale, con la passione per le guerre di Napoleone. Due giorni dopo Thomas e Anders si erano già innamorati e continuarono ad amarsi per altri due anni finché un giorno Thomas non morì di Aids. Non propriamente per una degenerazione causata dal virus, ma per un consapevole volo senz’ali dal settimo piano. “Vado e torno, hai bisogno di qualcosa?” disse Thomas prima di buttarsi. Quel giorno Anders scrisse la prima poesia della sua vita.
Il cielo senz’ali non ha ritorno.
Tu non eri un tordo.
Ma il mio soldatino di piombo.
Tre giorni dopo la morte di Thomas, Li’An ricevette per posta una piuma di struzzo. “Gli struzzi non sanno volare” pensò la mia dolce lacrimante Li’An.